il ver mi balenò.
dirvel m'impose.
VIOLETTA:
È strano!...
ANNINA: (presentandole una lettera)
Per voi...
Sta bene. In breve
giungerà un uom d'affari, entri all'istante.
(Annina e Giuseppe escono)
ATTO SECONDO
SCENA V
Violetta, quindi il signor Germont introdotto da Giuseppe che avanza due sedie e riparte
VIOLETTA:
(leggendo la lettera)
Ah, ah, scopriva Flora il mio ritiro!
E m'invita a danzar per questa sera!
Invan m'aspetterà
(Getta il foglio sul tavolino e siede)
ANNINA:
È qui un signore
VIOLETTA:
Ah! sarà lui che attendo.
(Accenna a Giuseppe d'introdurlo)
GERMONT:
Madamigella Valéry?
VIOLETTA:
Son io.
GERMONT:
D'Alfredo il padre in me vedete!
VIOLETTA:
(Sorpresa, gli accenna di sedere)
Voi!
GERMONT:
(sedendo)
Sì, dell'incauto, che a ruina corre,
Ammaliato da voi.
VIOLETTA:
(alzandosi risentita)
Donna son io, signore, ed in mia casa;
Ch'io vi lasci assentite,
Più per voi che per me.
(per uscire)
GERMONT:
(Quai modi!) Pure
VIOLETTA:
Tratto in error voi foste.
(Toma a sedere)
GERMONT:
De' suoi beni
Dono vuol farvi
VIOLETTA:
Non l'osò finora
Rifiuterei.
GERMONT:
(guardandosi intorno)
Pur tanto lusso
VIOLETTA:
A tutti
È mistero quest'atto
A voi nol sia.
(Gli dà le carte)
GERMONT:
(dopo averle scorse coll'occhio)
Ciel! che discopro!
D'ogni vostro avere
Or volete spogliarvi?
Ah, il passato perché, perché v'accusa?
VIOLETTA:
(con entusiasmo)
Più non esiste or amo Alfredo, e Dio
Lo cancellò col pentimento mio.
GERMONT:
Nobili sensi invero!
VIOLETTA:
Oh, come dolce
Mi suona il vostro accento!
GERMONT:
(alzandosi)
Ed a tai sensi
Un sacrificio chieggo
VIOLETTA:
(alzandosi)
Ah no, tacete
Terribil cosa chiedereste certo
Il previdi... v'attesi... era felice...
Troppo...
GERMONT:
D'Alfredo il padre
La sorte, l'avvenir domanda or qui
De' suoi due figli.
VIOLETTA:
Di due figli!
GERMONT:
Sì.
Pura siccome un angelo
Iddio mi die' una figlia;
Se Alfredo nega riedere
In seno alla famiglia,
L'amato e amante giovane,
Cui sposa andar dovea,
Or si ricusa al vincolo
Che lieti ne rendea
Deh, non mutate in triboli
Le rose dell'amor.
Ai preghi miei resistere
Non voglia il vostro cor.
VIOLETTA:
Ah, comprendo dovrò per alcun tempo
Da Alfredo allontanarmi... doloroso
Fora per me... pur...
GERMONT:
Non è ciò che chiedo.
VIOLETTA:
Cielo, che più cercate? offersi assai!
GERMONT:
Pur non basta
VIOLETTA:
Volete che per sempre a lui rinunzi?
GERMONT:
È d'uopo!
VIOLETTA:
Ah, no giammai!
Non sapete quale affetto
Vivo, immenso m'arda in petto?
Che né amici, né parenti
Io non conto tra i viventi?
E che Alfredo m'ha giurato
Che in lui tutto io troverò?
Non sapete che colpita
D'altro morbo è la mia vita?
Che già presso il fin ne vedo?
Ch'io mi separi da Alfredo?
Ah, il supplizio è si spietato,
Che morir preferirò.
GERMONT:
È grave il sacrifizio,
Ma pur tranquilla udite
Bella voi siete e giovane...
Col tempo...
VIOLETTA:
Ah, più non dite
V'intendo... m'è impossibile
Lui solo amar vogl'io.
GERMONT:
Sia pure... ma volubile
Sovente è l'uom
VIOLETTA:
(colpita)
Gran Dio!
GERMONT:
Un dì, quando le veneri
Il tempo avrà fugate,
Fia presto il tedio a sorgere
Che sarà allor? pensate
Per voi non avran balsamo
I più soavi affetti|
Poiché dal ciel non furono
Tai nodi benedetti.
VIOLETTA:
È vero!
GERMONT:
Ah, dunque sperdasi
Tal sogno seduttore
Siate di mia famiglia
L'angiol consolatore
Violetta, deh, pensateci,
Ne siete in tempo ancor.
È Dio che ispira, o giovine
Tai detti a un genitor.
VIOLETTA:
(con estremo dolore)
(Così alla misera - ch'è un dì caduta,
Di più risorgere - speranza è muta!
Se pur beneficio - le indulga Iddio,
L'uomo implacabile - per lei sarà)
(a Germont, piangendo)
Dite alla giovine - sì bella e pura
Ch'avvi una vittima - della sventura,
Cui resta un unico - raggio di bene
Che a lei il sacrifica - e che morrà!
GERMONT:
Sì, piangi, o misera - supremo, il veggo,
È il sacrificio - ch'ora io ti chieggo.
Sento nell'anima - già le tue pene;
Coraggio e il nobile - cor vincerà.
(Silenzio)
VIOLETTA:
Or imponete.
GERMONT:
Non amarlo ditegli.
VIOLETTA:
Nol crederà.
GERMONT:
Partite.
VIOLETTA:
Seguirammi.
GERMONT:
Allor...
VIOLETTA:
Qual figlia m'abbracciate forte
Così sarò.
(S'abbracciano)
Tra breve ei vi fia reso,
Ma afflitto oltre ogni dire. A suo conforto
Di colà volerete.
(Indicandogli il giardino, va per scrivere)
GERMONT:
Che pensate?
VIOLETTA:
Sapendol, v'opporreste al pensier mio.
GERMONT:
Generosa! e per voi che far poss'io?
VIOLETTA:
(tornando a lui)
Morrò! la mia memoria
Non fia ch'ei maledica,
Se le mie pene orribili
Vi sia chi almen gli dica.
GERMONT:
No, generosa, vivere,
E lieta voi dovrete,
Merce' di queste lagrime
Dal cielo un giorno avrete.
VIOLETTA:
Conosca il sacrifizio
Ch'io consumai d'amor
Che sarà suo fin l'ultimo
Sospiro del mio cor.
GERMONT:
Premiato il sacrifizio
Sarà del vostro amor;
D'un opra così nobile
Sarete fiera allor.
VIOLETTA:
Qui giunge alcun: partite!
GERMONT:
Ah, grato v'è il cor mio!
VIOLETTA:
Non ci vedrem più forse.
(S'abbracciano)
A DUE:
Siate felice Addio!
(Germont esce per la porta del giardino)
ATTO SECONDO
SCENA VI
Violetta, poi Annina, quindi Alfredo
VIOLETTA:
Dammi tu forza, o cielo!
(Siede, scrive, poi suona il campanello)
ANNINA:
Mi richiedeste?
VIOLETTA:
Sì, reca tu stessa
Questo foglio
ANNINA:
(ne guarda la direzione e se ne mostra sorpresa)
VIOLETTA:
Silenzio và all'istante
(Annina parte)
Ed ora si scriva a lui
Che gli dirò? Chi men darà il coraggio?
(Scrive e poi suggella)
ALFREDO:
(entrando)
Che fai?
VIOLETTA:
(nascondendo la lettera)Nulla.
ALFREDO:
Scrivevi?
VIOLETTA:
(confusa)
Sì... no.
ALFREDO:
Qual turbamento! a chi scrivevi?
VIOLETTA:
A te.
ALFREDO:
Dammi quel foglio.
VIOLETTA:
No, per ora
ALFREDO:
Mi perdona son io preoccupato.
VIOLETTA:
(alzandosi)
Che fu?
ALFREDO:
Giunse mio padre
VIOLETTA:
Lo vedesti?
ALFREDO:
Ah no: severo scritto mi lasciava
Però l'attendo, t'amerà in vederti.
VIOLETTA:
(molto agitata)
Ch'ei qui non mi sorprenda
Lascia che m'allontani... tu lo calma
(mal frenato il pianto)
Ai piedi suoi mi getterò divisi
Ei più non ne vorrà sarem felici
Perché tu m'ami, Alfredo, non è vero?
ALFREDO:
O, quanto...
Perché piangi?
VIOLETTA:
Di lagrime avea d'uopo or son tranquilla
(sforzandosi)
Lo vedi? ti sorrido
Sarò là, tra quei fior presso a te sempre.
Amami, Alfredo, quant'io t'amo Addio.
(Corre in giardino)
ATTO SECONDO
SCENA VII
Alfredo, poi Giuseppe, indi un Commissionario a tempo
ALFREDO:
Ah, vive sol quel core all'amor mio!
(Siede, prende a caso un libro, legge alquanto, quindi si alza guarda l'ora sull'orologio sovrapposto al camino)
È tardi: ed oggi forse
Più non verrà mio padre.
GIUSEPPE
(entrando frettoloso)
La signora è partita
L'attendeva un calesse, e sulla via
Già corre di Parigi. Annina pure
Prima di lei spariva.
ALFREDO:
Il so, ti calma.
GIUSEPPE
(Che vuol dir ciò?)
(Parte)
ALFREDO:
Va forse d'ogni avere
Ad affrettar la perdita. Ma Annina
Lo impedirà.
(Si vede il padre attraversare in lontananza il giardino)
Qualcuno è nel giardino!
Chi è là?
(per uscire)
COMMISSIONARIO:
(alla porta)
Il signor Germont?
ALFREDO:
Son io.
COMMISSIONARIO:
Una dama
Da un cocchio, per voi, di qua non lunge,
Mi diede questo scritto
(Dà una lettera ad Alfredo, ne riceve qualche moneta e parte)
ATTO SECONDO
SCENA VIII
Alfredo, poi Germont ch'entra in giardino
ALFREDO:
Di Violetta! Perché son io commosso!
A raggiungerla forse ella m'invita
Io tremo! Oh ciel! Coraggio!
(Apre e legge)
"Alfredo, al giungervi di questo foglio"
(come fulminato grida)
Ah!
(Volgendosi si trova a fronte del padre, nelle cui braccia si abbandona esclamando:)
Padre mio!
GERMONT:
Mio figlio!
Oh, quanto soffri! tergi, ah, tergi il pianto
Ritorna di tuo padre orgoglio e vanto
ALFREDO:
(Disperato, siede presso il tavolino col volto tra le mani)
GERMONT:
Di Provenza il mar, il suol - chi dal cor ti cancello?
Al natio fulgente sol - qual destino ti furò?
Oh, rammenta pur nel duol - ch'ivi gioia a te brillò;
E che pace colà sol - su te splendere ancor può.
Dio mi guidò!
Ah! il tuo vecchio genitor - tu non sai quanto soffrì
Te lontano, di squallor il suo tetto si coprì
Ma se alfin ti trovo ancor, - se in me speme non fallì,
Se la voce dell'onor - in te appien non ammutì,
Dio m'esaudì!
(abbracciandolo)
Né rispondi d'un padre all'affetto?
ALFREDO:
Mille serpi divoranmi il petto
(respingendo il padre)
Mi lasciate.
GERMONT:
Lasciarti!
ALFREDO:
(risoluto)
(Oh vendetta!)
GERMONT:
Non più indugi; partiamo t'affretta
ALFREDO:
(Ah, fu Douphol!)
GERMONT:
M'ascolti tu?
ALFREDO:
No.
GERMONT:
Dunque invano trovato t'avrò!
No, non udrai rimproveri;
Copriam d'oblio il passato;
L'amor che m'ha guidato,
Sa tutto perdonar.
Vieni, i tuoi cari in giubilo
Con me rivedi ancora:
A chi penò finora
Tal gioia non negar.
Un padre ed una suora
T'affretta a consolar.
ALFREDO:
(Scuotendosi, getta a caso gli occhi sulla tavola, vede la lettera di Flora, esclama:)Ah! ell'è alla festa! volisi
L'offesa a vendicar.
(Fugge precipitoso)
GERMONT:
Che dici? Ah, ferma!
(Lo insegue)
ATTO SECONDO
SCENA IX
Galleria nel palazzo di Flora, riccamente addobbata ed illuminata. Una porta nel fondo e due laterali. A destra, più avanti, un tavoliere con quanto occorre pel giuoco; a sinistra, ricco tavolino con fiori e rinfreschi, varie sedie e un divano.
Flora, il Marchese, il Dottore ed altri invitati entrano dalla sinistra discorrendo fra loro
FLORA:
Avrem lieta di maschere la notte:
N'è duce il viscontino
Violetta ed Alfredo anco invitai.
MARCHESE:
La novità ignorate?
Violetta e Germont sono disgiunti.
DOTTORE E FLORA:
Fia vero?
MARCHESE:
Ella verrà qui col barone.
DOTTORE:
Li vidi ieri... ancor parean felici.
(S'ode rumore a destra)
FLORA:
Silenzio udite?
TUTTI:
(Vanno verso la destra)
Giungono gli amici.
ATTO SECONDO
SCENA X
Detti, e molte signore mascherate da Zingare, che entrano dalla destra
ZINGARE:
Noi siamo zingarelle
Venute da lontano;
D'ognuno sulla mano
Leggiamo l'avvenir.
Se consultiam le stelle
Null'avvi a noi d'oscuro,
E i casi del futuro
Possiamo altrui predir.
I.
Vediamo! Voi, signora,
(Prendono la mano di Flora e l'osservano)
Rivali alquante avete.
(Fanno lo stesso al Marchese)
II.
Marchese, voi non siete
Model di fedeltà.
FLORA:
(al Marchese)Fate il galante ancora?
Ben, vo' me la paghiate
MARCHESE:
(a Flora)
Che dianci vi pensate?
L'accusa è falsità.
FLORA:
La volpe lascia il pelo,
Non abbandona il vizio
Marchese mio, giudizio
O vi farò pentir.
TUTTI:
Su via, si stenda un velo
Sui fatti del passato;
Già quel ch'è stato è stato,
Badate/Badiamo all'avvenir.
(Flora ed il Marchese si stringono la mano)
ATTO SECONDO
SCENA XI
Detti, Gastone ed altri mascherati da Mattadori, Piccadori spagnuoli, ch'entrano vivamente dalla destra
GASTONE E MATTADORI:
Di Madride noi siam mattadori,
Siamo i prodi del circo de' tori,
Testé giunti a godere del chiasso
Che a Parigi si fa pel bue grasso;
E una storia, se udire vorrete,
Quali amanti noi siamo saprete.
GLI ALTRI:
Sì, sì, bravi: narrate, narrate:
Con piacere l'udremo
GASTONE E MATTADORI:
Ascoltate.
È Piquillo un bel gagliardo
Biscaglino mattador:
Forte il braccio, fiero il guardo,
Delle giostre egli è signor.
D'andalusa giovinetta
Follemente innamorò;
Ma la bella ritrosetta
Così al giovane parlò:
Cinque tori in un sol giorno
Vò vederti ad atterrar;
E, se vinci, al tuo ritorno
Mano e cor ti vò donar.
Sì, gli disse, e il mattadore,
Alle giostre mosse il pie';
Cinque tori, vincitore
Sull'arena egli stendé.
GLI ALTRI:
Bravo, bravo il mattadore,
Ben gagliardo si mostrò
Se alla giovane l'amore
In tal guisa egli provò.
GASTONE E MATTADORI:
Poi, tra plausi, ritornato
Alla bella del suo cor,
Colse il premio desiato
Tra le braccia dell'amor.
GLI ALTRI:
Con tai prove i mattadori
San le belle conquistar!
GASTONE E MATTADORI:
Ma qui son più miti i cori;
A noi basta folleggiar
TUTTI:
Sì, sì, allegri... Or pria tentiamo
Della sorte il vario umor;
La palestra dischiudiamo
Agli audaci giuocator.
(Gli uomini si tolgono la maschera, chi passeggia e chi si accinge a giuocare)
ATTO SECONDO
SCENA XII
Detti ed Alfredo, quindi Violetta col Barone. Un servo a tempo
TUTTI:
Alfredo! Voi!
ALFREDO:
Sì, amici
FLORA:
Violetta?
ALFREDO:
Non ne so.
TUTTI:
Ben disinvolto! Bravo!
Or via, giuocar si può.
GASTONE:
(Si pone a tagliare, Alfredo ed altri puntano)
VIOLETTA:
(Entra al braccio del Barone)
FLORA:
(andandole incontro)
Qui desiata giungi.
VIOLETTA:
Cessi al cortese invito.
FLORA:
Grata vi son, barone, d'averlo pur gradito.
BARONE:
(piano a Violetta)
(Germont è qui! il vedete!)
VIOLETTA:
(Ciel! gli è vero). Il vedo.
BARONE:
(cupo)Da voi non un sol detto si volga
A questo Alfredo.
VIOLETTA:
(Ah, perché venni, incauta!
Pietà di me, gran Dio!)
FLORA:
(a Violetta, facendola sedere presso di sé sul divano)
Meco t'assidi: narrami quai novità vegg'io?
(Il Dottore si avvicina ad esse, che sommessamente conversano. Il Marchese si trattiene a parte col Barone, Gastone taglia, Alfredo ed altri puntano, altri passeggiano)
ALFREDO:
Un quattro!
GASTONE:
Ancora hai vinto.
ALFREDO:
(Punta e vince)
Sfortuna nell'amore
Vale fortuna al giuoco!
TUTTI:
È sempre vincitorel
ALFREDO:
Oh, vincerò stasera; e l'oro guadagnato
Poscia a goder tra' campi ritornerò beato.
FLORA:
Solo?
ALFREDO:
No, no, con tale che vi fu meco ancor,
Poi mi sfuggìa
VIOLETTA:
(Mio Dio!)
GASTONE:
(ad Alfredo, indicando Violetta)
(Pietà di lei!)
BARONE:
(ad Alfredo, con mal frenata ira)
Signor!
VIOLETTA:
(al Barone)
(Frenatevi, o vi lascio)
ALFREDO:
(disinvolto)
Barone, m'appellaste?
BARONE:
Siete in sì gran fortuna,
Che al giuoco mi tentaste.
ALFREDO:
(ironico)Sì? la disfida accetto
VIOLETTA:
(Che fia? morir mi sento)
BARONE:
(puntando)
Cento luigi a destra.
ALFREDO:
(puntando)
Ed alla manca cento.
GASTONE:
Un asse un fante hai vinto!
BARONE:
Il doppio?
ALFREDO:
Il doppio sia.
GASTONE:
(tagliando)Un quattro, un sette.
TUTTI:
Ancora!
ALFREDO:
Pur la vittoria è mia!
CORO:
Bravo davver! la sorte è tutta per Alfredo!
FLORA:
Del villeggiar la spesa farà il baron,
Già il vedo.
ALFREDO:
(al Barone)
Seguite pur.
SERVO
La cena è pronta.
CORO:
(avviandosi)
Andiamo.
ALFREDO:
Se continuar v'aggrada
(tra loro a parte)
BARONE:
Per ora nol possiamo:
Più tardi la rivincita.
ALFREDO:
Al gioco che vorrete.
BARONE:
Seguiam gli amici; poscia
ALFREDO:
Sarò qual bramerete.
(Tutti entrano nella porta di mezzo: la scena rimane un istante vuota)
ATTO SECONDO
SCENA XIII
Violetta che ritorna affannata, indi Alfredo
VIOLETTA:
Invitato a qui seguirmi,
Verrà desso? vorrà udirmi?
Ei verrà, ché l'odio atroce
Puote in lui più di mia voce
ALFREDO:
Mi chiamaste? che bramate?
VIOLETTA:
Questi luoghi abbandonate
Un periglio vi sovrasta
ALFREDO:
Ah, comprendo! Basta, basta
E sì vile mi credete?
VIOLETTA:
Ah no, mai
ALFREDO:
Ma che temete?. .
VIOLETTA:
Temo sempre del Barone
ALFREDO:
È tra noi mortal quistione
S'ei cadrà per mano mia
Un sol colpo vi torrìa
Coll'amante il protettore
V'atterrisce tal sciagura?
VIOLETTA:
Ma s'ei fosse l'uccisore?
Ecco l'unica sventura
Ch'io pavento a me fatale!
ALFREDO:
La mia morte! Che ven cale?
VIOLETTA:
Deh, partite, e sull'istante.
ALFREDO:
Partirò, ma giura innante
Che dovunque seguirai
I miei passi
VIOLETTA:
Ah, no, giammai.
ALFREDO:
No! giammai!
VIOLETTA:
Va', sciagurato.
Scorda un nome ch'è infamato.
Va' mi lascia sul momento
Di fuggirti un giuramento
Sacro io feci
ALFREDO:
E chi potea?
VIOLETTA:
Chi diritto pien ne avea.
ALFREDO:
Fu Douphol?
VIOLETTA:
(con supremo sforzo)Sì.
ALFREDO:
Dunque l'ami?
VIOLETTA:
Ebben l'amo
ALFREDO:
(Corre furente alla porta e grida)
Or tutti a me.
ATTO SECONDO
SCENA XIV
Detti, e tutti i precedenti che confusamente ritornano
TUTTI:
Ne appellaste? Che volete?
ALFREDO:
(additando Violetta che abbattuta si appoggia al tavolino)
Questa donna conoscete?
TUTTI:
Chi? Violetta?
ALFREDO:
Che facesse
Non sapete?
VIOLETTA:
Ah, taci
TUTTI:
No.
ALFREDO:
Ogni suo aver tal femmina
Per amor mio sperdea
Io cieco, vile, misero,
Tutto accettar potea,
Ma è tempo ancora! tergermi
Da tanta macchia bramo
Qui testimoni vi chiamo
Che qui pagata io l'ho.
(Getta con furente sprezzo una borsa ai piedi di Violetta, che sviene tra le braccia di Flora e del Dottore. In tal momento entra il padre)
ATTO SECONDO
SCENA XV
Detti, ed il Signor Germont, ch'entra all'ultime parole
TUTTI:
Oh, infamia orribile
Tu commettesti!
Un cor sensibile
Così uccidesti!
Di donne ignobile
Insultator,
Di qui allontanati,
Ne desti orror.
GERMONT:
(con dignitoso fuoco)
Di sprezzo degno se stesso rende
Chi pur nell'ira la donna offende.
Dov'è mio figlio? più non lo vedo:
In te più Alfredo - trovar non so.
(Io sol fra tanti so qual virtude
Di quella misera il sen racchiude
Io so che l'ama, che gli è fedele,
Eppur, crudele, - tacer dovrò!)
ALFREDO:
(da sé)
(Ah sì che feci! ne sento orrore.
Gelosa smania, deluso amore
Mi strazia l'alma più non ragiono.
Da lei perdono - più non avrò.
Volea fuggirla non ho potuto!
Dall'ira spinto son qui venuto!
Or che lo sdegno ho disfogato,
Me sciagurato! - rimorso n'ho.
VIOLETTA:
(riavendosi)
Alfredo, Alfredo, di questo core
Non puoi comprendere tutto l'amore;
Tu non conosci che fino a prezzo
Del tuo disprezzo - provato io l'ho!
Ma verrà giorno in che il saprai
Com'io t'amassi confesserai
Dio dai rimorsi ti salvi allora;
Io spenta ancora - pur t'amerò.
BARONE:
(piano ad Alfredo)A questa donna l'atroce insulto
Qui tutti offese, ma non inulto
Fia tanto oltraggio - provar vi voglio
Che tanto orgolio - fiaccar saprò.
TUTTI:
Ah, quanto peni! Ma pur fa core
Qui soffre ognuno del tuo dolore;
Fra cari amici qui sei soltanto;
Rasciuga il pianto - che t'inondò.