ALL'OPERA PER IL TERREMOTO

Una musica per il Risorgimento

di Paola Fedriga

E’ uno dei compositori e musicisti più conosciuti e amati nel mondo, ma è anche uno dei “padri “ del Risorgimento italiano. Le sue opere e la sua musica sono state la colonna sonora degli anni che hanno portato all’Unità nazionale.

Il Nabucco
Quando il Nabucco viene rappresentato per la  prima volta alla Scala di Milano, il 9 marzo 1842, il successo è trionfale. L’identificazione del pubblico con le vicende del popolo ebreo, esule e oppresso, scatta immediata e spontanea, sostenuta dalla forza di una musica e di versi (“O mia patria si bella  e perduta”, “Va pensiero sull’ali dorate”) che sembrano fatti apposta per scaldare e unire i cuori.  
In quella serata non solo inizia la straordinaria carriera artistica di  Giuseppe Verdi, ma il Risorgimento italiano trova il suo più importante  interprete. In quella primavera il Nabucco ha otto repliche, ma  in estate rimarrà in cartellone per cinquantasette sere. Verdi diventa un personaggio: famoso, amato, imitato.  Le sue arie sono cantate per le strade. Gli si aprono i salotti dell’aristocrazia illuminata milanese. Nel 1846  secondo quando riferisce Emanuele Muzio discepolo e conterraneo di Verdi in una lettera al  suocero del compositore Antonio Barezzi “sono alcuni dì che è sortito un organo ambulante di gran dimensione, il più grande che si sia fatto qui a Milano, ove c’è quasi per intero la Giovanna d’Arco ? la polizia non permette che lo facciano girare di sera, perché fa riunire troppa gente e le carrozze non possono andare, ma solamente di giorno. Ma già è lo stesso: quello che succedeva di sera succede anche di giorno: tutti vi corrono ed ingombrano la strada ove si trova l’organo”.

Dai  Lombardi alla Battaglia di Legnano
Il librettista del Nabucco è Temistocle Solera, figlio di un avvocato ferrarese carbonaro, che scontò la prigionia  allo Spielberg insieme a Pellico e a Confalonieri. Forse né lui né Verdi  sono  pienamente consapevoli della valenza emblematica  del dramma che hanno composto. Non sarà così tuttavia per le opere successive, in particolare quelle composte fino al 1849 e che costituiscono il periodo più intensamente risorgimentale della produzione verdiana. Dal 1842 al 1849 gli esempi in questo senso sono molteplici: I Lombardi alla prima crociata , (“Oh Signor che dal tetto natio ci chiamasti con santa promessa”), l’ Ernani ( “Siamo tutti una sola famiglia, pugneremo co’ brandi e co’ petti”), l’ Attila   ( “Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me”, “Cara  patria, già madre e reina”), il Macbeth   (“La patria tradita, piangendo ne invita, fratelli, gli oppressi corriam a salvar”), la Battaglia di Legnano ( “Viva Italia! Un sacro patto, tutti stringe i figli suoi: esso alfin di tanti ha fatto, un solo popolo d’eroi, Viva Italia forte ed una, colla spada e col pensier, questo suolo che a noi fu cuna, tomba sia dello stranier!”).  I librettisti cambiano (Solera, Francesco Maria Piave,  Salvatore Cammarano), ma il contenuto patriottico, politico, così come  le allusioni alle vicende dell’Italia  del tempo sono  frequenti, ripetute e non certo casuali.  Sono gli anni in cui nasce e si consolida la straordinaria polarità di Verdi: la sua musica diventa uno degli elementi  costitutivi della nascente identità nazionale. Dopo il 1849  l’ispirazione  dichiaratamente patriottica  lascia il posto ad altri temi e contenuti, ma Verdi  rimane  il “Maestro della Rivoluzione Italiana”.

La battaglia di Legnano
L’opera  che conclude idealmente la  fase della produzione verdiana più legata alle passioni risorgimentali è La battaglia di Legnano che rievoca le vicenda della Lega lombarda e della vittoria contro Federico Barbarossa. Rappresentata per la prima volta al Teatro Argentina di Roma il 27 gennaio 1849 nei giorni appassionati della Repubblica Romana  con la città in mano ai patrioti  e dunque senza alcun timore di censura, l’opera ottiene un immediato successo, con scene di vero e proprio delirio e bandiere tricolori ovunque.  Alla prova generale il popolo assiste alla rappresentazione e Verdi viene richiamato svariate volte sul palco. Il giorno dopo tutti i biglietti sono stati venduti e  la prima si svolge in un teatro gremito. In seguito,  con il ritorno della dominazione austriaca nel Lombardo-Veneto, l’opera  avrà non poche difficoltà con le censura e per poter essere rappresentata verrà  trasformata nell’ Assedio di A rlem, l’ambientazione sarà trasferita dall’Italia alle Fiandre e la figura di Barbarossa sostituita con quella del duca d’Alba.

Verdi e il  suo tempo
Verdi conosce Mazzini e su suo invito  compone  nel 1848 un “inno patriottico” su parole di Goffredo Mameli che negli auspici del rivoluzionario genovese, sarebbe dovuto diventare la “Marsigliese italiana”; ammira profondamente  Manzoni, che conoscerà solo nel 1868 e  per il quale scrive una Messa da requiem;  guarda con entusiasmo a  Garibaldi e alle sue imprese. Il compositore di  Busseto è  un convinto sostenitore dell’unità nazionale e  segue per tutta la vita con partecipazione le vicende politiche del suo tempo, alternando entusiasmi e  delusioni.
Negli anni giovanili è repubblicano per poi volgersi, come tanti, dopo il fallimento dei moti del 1848-1849 verso Casa Savoia e verso Cavour. Nel 1848 a Parigi, quando gli Austriaci sono già rientrati a Milano, è tra gli italiani che sottoscrivono un appello al Governo francese  perché intervenga a sostegno della causa italiana.
Accogliendo l’invito di Cavour nel 1861 accetta di candidarsi per le elezioni del primo Parlamento italiano nel collegio di Borgo San Donnino (oggi Fidenza).  In precedenza  nel 1859 viene eletto nell’Assemblea delle Provincie parmensi e  fa   parte della delegazione che a Torino presenta a Vittorio Emanuele i voti del plebiscito emiliano. Dal 1874 è  senatore a vita.

 

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