ALL'OPERA PER IL TERREMOTO

Verdi possidente e agricoltore

di Corrado Mingardi

Dopo il trionfale exploit di Nabucco (Milano, Teatro alla Scala, marzo 1842), il ventottenne Giuseppe Verdi diviene il compositore italiano più acclamato, il  iù amato dalle folle, e dagli impresari e dagli editori il più richiesto, il più conteso. Di conseguenza il più lautamente retribuito.
Così che la fortuna economica - ricchezza oculatamente perseguita e amministrata - corre passo passo con la fortuna artistica: entrambe ininterrotte per l’intera sua vita, fino alle soglie del sec. XX. Perché quella verdiana è la carriera più lunga e gloriosa che grande musicista abbia mai percorso. Anche gli inizi, gli studi faticati nelle remore di un ambiente provinciale, modesto di stimoli ma caloroso di affetti e di stima, mai ci appaiono come gli ostacoli che il destino sembra sovente porre alla comprensione del genio. Dopo Nabucco, raggiungimenti artistici e considerazione generale sono quasi tutt’uno; a testimoniare una coincidenza, per quanto possibile, tra genio e società, che in tale misura è cosa forse unica nella storia. Che è la storia del Romanticismo e della borghesia insieme, intrinsecamente conflittuali.
Verdi davvero incarna il suo tempo nella complessità e contraddittorietà dei suoi ideali. Che poi, ovviamente, ogni volta come artista li trascenda consegnandosi al futuro sempre vivo e profondo, è segno inequivoco della sua straordinaria grandezza: oggi come ieri capace di esaltare, di commuovere, di liberare per forza di canto e di dramma le passioni più universali, più umanamente vere.
La ricchezza per Verdi, il quale ha le radici familiari nella civiltà contadina, nei suoi valori di positività e tradizione, è soprattutto rappresentata dal possesso terriero. In lui, accanto all’amore istintivo alla natura per altro inamena della sua terra, la Bassa lambita dal Po (“È impossibile trovare località più brutta di questa, ma d’altronde è impossibile che io trovi per me ove vivere con maggiore libertà” confesserà nel 1858), gioca l’aspirazione al passaggio dal ruolo di piccoli proprietari terrieri - tali sono stati i Verdi fin dalle origini - al ruolo di grandi possidenti, ruolo spettante solitamente all’aristocrazia terriera. Questo ipotizza Francesco Cafasi nella sua recente ottima monografia su Verdi imprenditore agricolo (Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata, Parma 1994), uno studio limitato ad un aspetto biografico che coglie tuttavia una dimensione non secondaria della personalità verdiana.
Ma, attenti all’inganno, quando il Maestro scrive all’Arrivabene (1863): “Sono e sarò sempre un paesano delle Roncole”, e al Torelli (1878): “io non sono che un contadino tagliato alla buona”: frasi ironicamente insincere, un vezzo per alimentare la suggestione di un mito già formatosi lui vivente. Tutto di Verdi infatti si può dire meno che fosse un contadino, e un contadino tagliato alla buona.
A un mese dall’andata in scena di Ernani (Venezia 4 marzo 1844), per il quale ha preteso e ottenuto 12.000 lire austriache, Verdi acquista il primo fondo, il Pulgaro, presso Roncole, di circa 24 ettari. Dell’anno dopo è l’acquisto della più signorile dimora bussetana, Palazzo Dordoni-Cavalli, di recente neoclassica costruzione. Nel maggio 1848 l’acquisto, anche attraverso la permuta del Pulgaro, della tenuta di Sant’Agata, a un tiro di schioppo da Busseto ma già nel Piacentino: sono ben 107 ettari, un salto di qualità frutto dei guadagni di un intensissimo lavoro compositivo, undici opere in nove anni, un tour de force che Verdi stesso chiamerà i suoi “anni di galera”. Con la tenuta di Sant’Agata, composta di tre poderi contigui, il Maestro soddisfa un’altra aspirazione, quella di trovare una dimora stabile nella quiete e nella solitudine. A Corrado Ricci nel 1897 dirà: “Tutte le mie opere, tranne le prime le ho scritte a Sant’Agata, non derogando mai dalle mie abitudini solitarie e contadine. Dove son solito vivere, nulla mi può distrarre.
Mi ritempravo uscendo solo, per le mie terre ed occupandomi col massimo piacere di agricoltura”. E all’amico Vigna nel 1857: “da mattina a sera sono sempre fra i campi, fra boschi, in mezzo a paesani e bestie? alle migliori però, le quadrupedi?”
Dalla primavera del 1851 Sant’Agata è la fucina della musica, un capolavoro dopo l’altro dalla Traviata al Falstaff, ed è villa e giardino, modelli di agiatezza non pretenziosa, e centro di conduzione agricola dei numerosi poderi limitrofi via via acquistati negli anni successivi: un complesso vastissimo che spazia tra Arda, Ongina e Po nei comuni di Villanova, Besenzone, Cortemaggiore e Fiorenzuola. Le più notevoli sono le tenute di Piantadoro comperata nel 1857 (10 poderi per un totale di 277 ettari) e del Castellazzo nel 1875 (7 fondi per 213 ettari). Alla fine della vita, tra acquisti, permute e vendite, le proprietà del Maestro saranno di circa 700 ettari, ma nei periodi precedenti erano arrivate a superare i 900. La stima del 1901 fu di 1.206.300 lire che se rapportate all’oggi non so quanti miliardi facciano. E nel frattempo Verdi aveva costruito e mantenuto l’ospedale di Villanova e la Casa di Riposo per Musicisti a Milano con l’impegno finanziario che sappiamo. Nei ruoli del 1889 per l’imposta di ricchezza mobile a Parma, categoria C, “Verdi comm. Giuseppe, fu Carlo, Maestro compositore di musica” risulta il maggior contribuente della provincia con un reddito netto di L. 40.000 tassato L. 25.000. D’altronde nel
novembre 1874 era stato creato Senatore del Regno proprio per censo.
Come si conciliassero l’accesa ispirazione musicale e drammatica, l’assorbente “mestiere” del comporre e orchestrare, le difficoltà, i fastidi dell’ambiente teatrale, le cure maniacali, il perfezionismo delle messe in scena, i viaggi per l’Europa, gli impegni politici o pubblici in genere, con la conduzione per lo più diretta delle vaste aziende agricole - perché di vere aziende si trattava, colture, allevamenti di bovini e di cavalli, caseifici, mulini, bachi da seta, sperimentazione di nuove macchine come la pompa fatta venire dall’Inghilterra -, può sembrare cosa impossibile, se non conoscessimo la tempra, l’attivismo dell’uomo Verdi.
Scriveva la consorte Giuseppina Strepponi all’editore francese del Maestro: “Il suo amore per la campagna è diventato mania, follia, rabbia, furore, tutto ciò che voi volete di più esagerato. Si leva quasi con lo spuntar del giorno per andare ad esaminare il grano, il mais, la vigna, ecc. Rientra rotto di fatica?” Si direbbe che gli ostacoli quotidiani lo corroborassero: li affrontava caparbio, rude, autoritario, fermo nelle proprie ragioni, tempestoso nell’ira, vincitore tuttavia più sul palcoscenico che sul campo, dove contadini, fattori, mediatori, e le intemperie stesse, mettevano continuamente a prova un carattere non uso a compromessi di sorta.Nelle trattative per l’acquisto di un podere: “Io uso pagare tutto secondo il giusto valore, ma non di più, per non essere come dicono i veneziani, «becco e bastonato»”. Al notaio: “Quando si tratta di me, nessuno si cura di essere esatto nei pagamenti sotto il pretesto che: Io ne ho molti!! Non è vero! È più ricco e più à son aise un modesto proprietario a L. 3.000 con un budget ben equilibrato, di quello che non sono io che ho sempre molte spese, grosse, impreviste?” Alla contessa Maffei: “Il pozzo artesiano? Oh un fiasco solenne!! È stato un magro affare? I contadini sono sempre testoni, e lo saranno ancora chissà per quanto tempo, finché non si troverà modo di dar loro un po’ d’istruzione, e migliorare la loro condizione”.
All’amico Arrivabene: “Tu dirai cosa diavolo vado a fare in campagna? Ma tu sai che sono in fabbriche, che l’anno passato ho fabbricato una cascina, quest’anno due ancor più grosse; e che sono là circa un duecento operai che hanno lavorato fino ad oggi? Sono lavori inutili per me perché queste fabbriche non faranno che i fondi mi diano un centesimo più di rendita, ma tanto tanto la gente guadagna e nel mio villaggio la gente non emigra”. E allo stesso, durante la costruzione di una macchina a vapore per estrarre acqua dall’Ongina, confessava «il proprio debole»: “Se tu gli dici che il Don Carlo non vale niente non gliene importa un fico, ma se tu gli contrasti la sua abilità nel fare il magut (cioè garzone di muratore) se n’ha a male”. Le sfuriate ai dipendenti erano all’ordine del giorno. Da Torino, ad esempio, nel 1867 scriveva al fattore Marenghi: “Perché avete fatto agire la macchina quando avevo dato io l’ordine espresso di non toccarla fino al mio ritorno?? Insomma vorrei una volta sapere se si vuole o no rispettare i miei ordini!? Voi non sapete mai dunque né comandare, né ubbidire!!” Negli ultimi anni il Maestro trascorreva lunghi periodi a Milano in hotel senza dimenticare Sant’Agata, da cui esigeva notizie giornaliere. Alla cugina Maria, sua erede universale, scriveva nel maggio 1898: “Tutti i giorni dico a me stesso: domani vado a Sant’Agata. Il domani dico la stessa cosa, e così quel domani non viene mai. Io ritardo il mio arrivo tanto più che qui non ho affari: non ho fattori che vogliano farmi credere
quello che non credo; non ho cuoco che mi fa mangiar male; non ho il cocchiere; non ho Guerino e diversi altri che mi inquietano”.
Aveva allora 85 anni. E forse l’inquietarsi aveva agito in lui quale stimolo al suo straordinario vitalismo, a patto però di poterlo spesso scaricare sul capro espiatorio più vicino. “Non ho cuoco che mi fa mangiar male”, ci ha detto, ed è uno spunto per investigare brevemente sulle preferenze gastronomiche del Maestro. Le testimonianze in proposito non sono molte. Giuseppe Giacosa fu in visita a Sant’Agata negli anni dell’Otello: “Il Verdi non è goloso, ma raffinato; la sua tavola è veramente amichevole, cioè magnifica e sapiente: la cucina di Sant’Agata meriterebbe l’onore delle scene, tanto è pittoresca nella sua grandezza e varia nel suo aspetto di officina d’alta alchimia pantagruelica. Non c’è pericolo che per indisposizione del cuoco il pranzo abbia a scapitare.
A Sant’Agata, oltre il titolare, sono cuochi emeriti, il giardiniere, il cocchiere ed una domestica, sicchè: uno avulso non deficit alter. E notate che tutto questo apparato è essenzialmente ospitale. Il Verdi non è un gran mangiatore, né di difficile contentatura. Sta bene a tavola come tutti gli uomini sani, savi e sobri, ma più di tutto ama veder raggiar intorno a sè, negli ospiti, la giocondità arguta e sincera che accompagna e segue le belle e squisite mangiate?”
Qua e là poi nelle lettere le testimonianze sono dirette, come in questa della Strepponi a Corticelli, allora agente della celebre Adelaide Ristori che recitava a Pietroburgo, dove i coniugi Verdi stavano dirigendosi per la prima della Forza del destino: “? se la Ristori credesse soperchiare, predominare colle tagliatelle, Verdi conta eclissarla col risotto che per verità sa far divinamente”. E poco più avanti: “potresti fare per noi in proporzione al numero le provviste che fai per la Ristori dei seguenti generi: riso, maccheroni, formaggio, salumi e quegli oggetti che sai non si trovano in Russia o si trovano ad un prezzo esorbitante.
Quanto poi al vino ecco il numero delle bottiglie e le qualità che Verdi desidererebbe: n.100 bottiglie piccole Bordeaux per pasteggiare; n.20 bottiglie
Bordeaux fino; n.20 bottiglie Champagne”.
Formaggio e salumi. Di certo il parmigiano, quanto ai salumi non saprei. Verdi amava soprattutto la spalla di maiale cotta, specialità della vicina zona di San Secondo, ma comunissima anche nel bussetano, in ogni modo non trasportabile in Russia per la laboriosità della cottura.
È Verdi stesso a darcene conto in una lettera del 1872 all’amico Arrivabene: “Io non diventerò feudatario della Rocca di San Secondo ma posso benissimo mandarti una spalletta di quel Santo. Anzi te l’ho già spedita stamattina colla ferrovia.
Quantunque la stagione sia un po’ avanzata spero la troverai buona, ma devi mangiarla subito prima che arrivi il caldo. Sai tu come devi cucinarla? prima di metterla al fuoco bisogna levarla di sale, cioè lasciarla per un paio d’ore nell’acqua tiepida.
Dopo si mette al fuoco entro un recipiente che contenga dell’acqua.
Deve bollire a fuoco lento per sei ore, poi lascerai raffreddare nel suo brodo. Fredda che sia, vale a dire circa ventiquattro ore dopo levala dalla pentola asciugala e mangiala”.
Ma la spalla di San Secondo Parmense veniva spedita in dono anche ai Ricordi e al soprano Teresina Stolz. Quella inviata nell’agosto 1890 a Giulio Ricordi fu l’occasione di una burla dell’editore al Maestro che gli aveva scritto: “Caro Giulio, grande abbondanza di majali? ma le spallette sono carucce! Prezzo L. 100.000 (centomila). Saluti”. Qualche giorno dopo Ricordi comunicava “l’inaugurazione della spalletta” e allegava alla letterina una falsa fattura a stampa così intestata in maiuscolo: “Privilegiata Fabbrica di Spalle e Spallette di Majali in S.ta Agata di Busseto Marca G.V.”, saldata per tale cifra e quietanzata con la firma artefatta di Verdi e tanto di bollo.
All’Arrivabene mandava da Cremona i biscotti, i torroni (“le mandorle non vanno pelate - scienza torronesca”) e la mostarda. E gli manifestava certe sue preferenze: “Il vino (d’Asti) lo voglio dolce e spumante”. Verdi acquistava anche vini toscani da un fornitore di Montecatini, ma il più lo produceva
in proprio. Nel 1871 gli riuscì ottimo, come gli scrisse il suo fattore: “Questa mattina ho cavato dal tino chiuso il vostro vino particolare, il quale caro Maestro è molto buono: color chiaro ingranata, sapore eccellente e brusco giusto, senza il più piccolo odore di legno come nei passati anni; è un vino perfetto e buono assai, gli uomini e Guerino mi dicono che mai il vino vostro è riuscito così buono; si è riempito il vassello delle brente 5 e H, e più si sono fatte 114 bottiglie, benissimo tappate”.
Senza dubbio era lambrusco.
Ogni Natale i Ricordi gli inviavano il panettone, che negli anni di gestazione di Otello era sempre sormontato da un bambolotto di cioccolato, un augurale «Moro di Venezia» bambino. E il culatello, il re dei salumi bussetani? Per trovarlo nominato bisogna rifarsi alla sua gioventù milanese, proprio nei giorni dello sfortunato esame al Conservatorio. Al Seletti che lo ospitava, Antonio Barezzi ne aveva inviati due da Busseto, ma uno s’era perso, con grande disappunto per la strada. Come rischiarono d’andar persi nell’aprile del 1847 il salame e le spalle del Barezzi che Emanuele Muzio, l’unico allievo del maestro, portava con sè a Milano, dove l’attendeva Verdi fresco fresco del successo fiorentino di Macbeth: “Il viaggio fu felicissimo ed il salame e le spalle sono passati trionfanti in mezzo a tutti i gabellieri, i quali non ci hanno molestato. Alla Carossa però, eravi un cane che annusava dietro del legno, e sicuramente se non facevano presto a partire ei ci faceva la spia”.
A Sant’Agata i rari scelti ospiti erano accolti con la squisitezza e la semplicità che erano proprie della casa. Ecco un invito al Sindaco di Busseto: “Sig. Corbellini, il pavone ch’Ella ha avuto la bontà di favorirmi è di già nel numero dei più, e domenica ad un’ora farà la sua comparsa trionfale. Desidero che sia un’occasione ond’Ella cominci a trovar la strada di S.Agata per venire di tratto in tratto a mangiare una zuppa con noi. L’aspettiamo dunque Domenica, e senza cerimonia alcuna. Ad un’ora si mettono i piedi sotto la tavola?”
Ad altri volatili fa cenno il Maestro, indisposto per la tosse, col Piroli, invidiato perché l’amico potrà fare “allegramente il cenone della Vigilia, mangiare i maroben (cioè gli anolini o cappelletti col ripieno di uova e parmigiano alla piacentina) e il cappone nel Natale e il pollino (cioè il tacchino novello) il 1º d’anno”.
E altro volatile potrebbe essere il fagiano, che Verdi cacciava nei boschi lungo il Po: uno è ancora, imbalsamato sotto una campana di vetro, nella sua villa; a meno che quello non sia stato l’unico catturato da lui.
Tutto qui, o poco più. Come le portate dell’ultimo menù all’Hotel Milan, mai forse del tutto consumate nel pranzo del settimo giorno avanti la sua morte: “Julienne au croute - Truite grillée à la maitre d’hôtel - Aloyau de boeuf à la jardinière - Pain de Gibier - Asperges en branche - Dindonneau à la broche - Glace aux Framboise - Pâtisserie - Dessert”.
Nella tradizione familiare di S.Agata si ricorda tuttavia come il Maestro cenasse volentieri con due uova.
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