ALL'OPERA PER IL TERREMOTO

Lettera ad Antonio Barezzi, le mormorazioni di Busseto

Parigi, mercoledí 21 gennaio 1852

AD ANTONIO BAREZZI, BUSSETO
(Parigi, mercoledí 21 gennaio 1852)

Car. Suocero
Dopo molto aspettare non credevo ricevere da Lei una lettera così fredda ed ove avvi, se non sbaglio, qualche frase ben pungente. Se questa lettera non fosse sottosegnata Antonio Barezzi che vuol dire mio benefattore, io avrei risposto molto vivamente o non avrei risposto affatto; ma portando tal nome che mi farò sempre un dovere di rispettare, io cercherò per quanto mi sarà possibile di persuaderlo che io non merito rimprovero di sorta. Per far questo mi è necessario rimontare a cose passate, parlare d'altri, del nostro paese, e la lettera diverrà un po' prolissa e nojosa, ma cercherò d'essere piú breve che potrò.
Non credo che per propria ispirazione m'avrebbe scritto una lettera che Egli sa non poteva che farmi dispiacere: ma ei vive un paese, che ha il mal vezzo d'intricarsi spesso degli affari altrui, e disapprovare tutto quello che non è conforme alle sue idee; io ho per abitudine di non immischiarmi, se non chiesto, negli affari degli altri, perché appunto esigo nissuno s'immischi de' miei. Da ciò provengono i pettegolezzi, le mormorazioni, le disapprovazioni. Questa libertà d'azione che si rispetta anche nei paesi meno civilizzati, io ho tutto il diritto di esigerla nel mio. Sia giudice Ella stessa, e sia giudice severo, ma freddo e spassionato. Qual male avvi s' io vivo isolato? s'io credo bene di non far visite a chi porta titoli? s'io non prendo parte alle feste, alle gioje degli altri? s'io amministro i miei fondi, perché mi piace e mi diverte? - Ripeto:
male avvi? In ogni caso nissuno avrebbe a soffrirne danno.
Premesso questo vengo alla frase della sua lettera: « Capisco benissimo che io non sono uomo da incombenze, perché il tempo p me è di già trascorso, ma per piccole cose sarei capace ancora?...
Se con ciò intende dire che una volta io le davo incombenze gravi, ed ora mi servo di Lui per le piccole cose, alludendo alla lettera che inclusi nella sua, io non posso trovare scuse per questo, e, quantumque io farei altrettanto per Lui in casi simili, non posso dire  altro che la lezione mi servirà per l'avvenire. Se la sua frase significa un rimprovero perché io non l'ho incaricato de' miei affari durante la sua assenza  mi permetta domandarle: Come mai dovevo essere io si indiscreto d'affidare sí grave peso a Lei che non mette mai il piede nelle sue campagne, perché quei suoi di negozio sono di già troppo forti? Doveva incaricarne Giovanino? - Ma non è egli vero che l'anno scorso, durante il tempo che fui a Venezia, le feci un'ampia procura in iscritto, e ch'Egli non mise neppure un volta i piedi a S.Agata? Né con ciò lo rimprovero. Egli aveva perfettamente ragione. Egli aveva le cose sue che sono abbastanza importanti, e perciò non poteva curare le mie.
Ciò le ha svelato le mie opinioni, le mie azioni, le mie volontà, la mia vita, quasi direi, publica, e poiché siamo in via di fare rivelazioni non ho difficoltà alcuna alzare la cortina che vela i misteri racchiusi fra quattro mura, e dirle della mia vita di casa. lo non ho nulla da nascondere. In casa mia vive una Signora libera, indipendente, amante come me, della vita solitaria, con una fortuna che la mette al coperto di ogni bisogno. Né io, né Lei dobbiamo a chichessia conto delle nostre azioni; ma d'altronde chi sa quali rapporti esistano fra noi? Quali gli affari? Quali i legami? quali i diritti che io ho su Lei, ed Ella su di me? Chi sa s'Ella è o non è mia moglie? Ed in questo caso chi sa quali sono i motivi particolari, quali le idee da tacerne la publicazione? Chi sa se ciò sia bene o male? Perché non potrebbe anche essere un bene?... E fosse anche un male chi ha diritto scagliarci l'anatema? Bensí io dirò che a Lei, in mia casa, si deve pari anzi maggior rispetto che non si deve a me, e che nissuno è permesso mancarvi sotto qualsiasi titolo, che infine Ella ne ha tutto il diritto, e pel suo contegno, e pel suo spirito, e pei riguardi sociali a cui non manca mai versogli altri.
Con questa lunga chiaccherata non ho inteso dire altro che io reclamo la mia libertà d'azione, perché tutti gli uomini ne hanno diritto, e perché mia natura è ribelle a fare a modo altrui; e che Egli che in fondo è sì buono, sì giusto, ed ha tanto cuore non si lasci influenzare, e non assorba le idee d'un paese che, a mio riguardo, - bisogna ben dirlo! - tempo fà non m'ha degnato capace d’avermi a suo organista  ed ora mormora a torto ed a travergere dei fatti e delle cose mie. Ciò non può durare, ma se dovesse, io sono l’uomo da prendere il mio partito. Il mondo è sì grande: e la perdita di 20, o 30 mila franchi non sarà mai quella che m'impedirà di trovarmi una patria altrove. In questa lettera nulla può esservi d'offensivo, ma se caso mai qualche cosa le dispiacesse sia per non scritta, perché io le giuro sull'onore, non ho intenzione di, dispiacere di sorta. Io l'ho sempre considerato e lo considero per mio benefattore, e me ne vanto.
Addio Addio! Colla solita amicizia

GV

Immagini
  • Ritratto di Antonio Barezzi
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