OPERA AT WORK
FOR THE EARTHQUAKE

Verdi ci ha detto

di Giovannino Guareschi

Abbiamo intervistato Giuseppe Verdi, a S. Agata. E ognuno lo può intervistare e sentire le sue parole e i suoi pensieri. Tutto quel­lo che Giuseppe Verdi dice in que­sto articoletto è autentica roba di Verdi. Non ci siamo permessi di aggiungere una parola nostra. Ac­canto a ogni affermazione di Verdi c’è un numerino: indica la pagina del libro dal quale è stata tolta la frase. Il volume in questione è, sen­za dubbio il più bello e completo dei libri scritti su Verdi: è uno degli ultimi volumetti della B.U.R: Giuseppe Verdi - Autobiografia dal­le lettere. Verdi spiegato da Verdi.
Aldo Oberdorfer ha raggruppato le lettere presentando i vari grup­pi, commentando le singole lette­re. E il segreto dell’eccezionale im­portanza del volume sta non solo nella parte esplicativa, ma soprat­tutto nella “regìa”,. nel ritmo che il compilatore ha saputo dare alla sequenza delle lettere. Eccellentis­simi libri su Verdi sono usciti e ci caviamo il cappello: questo della B.U.R. però è di tutti il migliore. È (non abbiamo timore di affer­marlo) la più degna e intelligente cosa fatta per queste celebrazioni verdiane. Perché, oltre al resto, è di 384 pagine e costa duecento lire. Val la pena di prenderselo e di fare una lunga chiacchierata con Verdi.
 
Fermai la giardinetta vicino al fosso e mi appressai al cancello. Stetti lì con la faccia tra le sbarre a rimirarmi il grande giardino ed ecco che, nel viale, comparve un vecchio con la barba bianca e un gran cappellaccio nero in testa.
Era lui e io lo salutai con ri­spetto.
«Buon giorno, Maestro.»
Si avvicinò e venne a guardar­mi in faccia. E rimanemmo lì in silenzio, e tra di noi erano le sbar­re dei cancello.
Non sapevo come cominciare.
«Ha un parco bellissimo, Mae­stro.»
Si strinse nelle spalle e borbottò:
«Il mio cosiddetto giardino. Do­dici salici, diciotto Pioppi e venti­quattro rosai ( 95).»
«Chi sa quanti bei fiori in Primavera!»
Scosse il capo.
«Io amo molto i fiori, ma per averne di belli, bisogna un gran giardiniere. Io detesto tutte le ti­rannie e specialmente le domesti­che. Ora i gran giardinieri, i gran cuochi, i gran cocchieri sono i veri tiranni d’una casa. Con questi voi non siete più padrone di toccare un fiore del vostro giardino, di mangiare un semplice uovo con l’insalata, di adoperare i vostri ca­valli se piove o se fa troppo sole, eccetera eccetera. No, no: di tiran­ni in casa basto io solo e ben so la fatica che mi costo! (95).»
Mi guardai attorno cercando un altro pretesto. Indicai una grande cascina vicina.
«Bella. Ho sentito dire a Mila­no che ha fatto costruire parecchio.»
«Ho speso qualche soldo che ha dato da mangiare a molti pove­ri operai, perché dovete sapere, voi abitanti delle capitali che la miseria nelle classi povere è gran­de, grande, grandissima: e se non ci sarà una Provvidenza sia dal­l’Alto o dal basso, una volta o l’al­tra succederanno guai gravissimi. Vedete, se io fossi il Governo non penserei tanto al partito, al bianco, al rosso, al nero: penserei al pane da mangiare! (176).»
Osservai che, purtroppo la poli­tica è sempre la politica. Comun­que, bisognava riconoscere che qualcosa era stato fatto.
E molto più ancora avrebbero dovuto fare, almeno per ricono­scenza verso quei poveretti che erano stati più provati dalla guerra. Mi guardò corrucciato:
«Crede ancora ella alla ricono­scenza? La riconoscenza è un peso per gli individui: s’immagini dun­que, se possono sentirla gli uomini di Governo e, meno ancora, la folla degli affaristi di Montecitorio! (105).»
Accennai a fare qualche osserva­zione sulla situazione dei partiti, ma il Maestro mi interruppe bru­scamente:
«Io non parlo di rossi, di bian­chi, di neri. Poco mi importa la forma o il colore. Guardo la storia e leggo grandi fatti, grandi delitti, grandi virtù nei Governi dei Re, dei Preti, delle Repubbliche! Non m’importa, ripeto: ma quello che domando si è che quelli che reg­gono la cosa pubblica sieno citta­dini di grande ingegno e di spec­chiata onestà... Ho un tristo pre­sentimento sul nostro avvenire! I Sinistri distruggeranno l’Italia! (216).»
Volevo insistere ancora per co­noscere il suo pensiero politico e accennai al suo passato di deputato.
«Volendo o dovendo fare la mia biografia come membro del Parla­mento non vi sarebbe altro che im­primere in mezzo a un bel foglio di carta: “I 450 non sono vera­mente che 449 perché Verdi come deputato non esiste!” (208).»
Evidentemente l’argomento era chiuso e ne cercai un altro.
«Maestro, si parla molto di lei, in questi giorni e tutti la ricor­dano...»
Mi guardò con aria piena d’i­ronia:
«Tre giorni bastano per copri­re d’oblio uomini e cose! Il gran poeta dice: ‘Cielo! Morto da due mesi e non ancora dimenticato?”» (305).
«Non è vero, maestro, e lei lo sa. In tutti i maggiori teatri, il pubblico accoglie con entusiasmo le sue opere. Ella è ancora l’idolo del pubblico. Il pubblico le vuol bene?»
Avevo toccato un tasto falso. Lo vidi drizzarsi di scatto e la sua vo­ce era concitata:
«Il pubblico!... Alla età di ven­ticinque anni io avevo delle illu­sioni e credevo nella sua cortesia: un anno dopo mi cadde la benda e vidi con chi avevo da fare. Mi fan­no ridere taluni quando, con una specie di rimprovero, hanno l’aria di dirmi che io devo molto a que­sto od a quel pubblico. È vero, al­la Scala si applaudì altra volta il “Nabucco” ed i “Lombardi”: ma sia per la musica, pei cantanti, per l’orchestra, pei cori, per la mise en scène , fatto sta che tutt’insieme era un tale spettacolo da non disonorare chi lo applaudiva. Po­co più di un anno prima, però, questo stesso pubblico maltrattava l’opera di un povero giovane am­malato, stretto dal tempo e col cuo­re straziato da una orribile sven­tura! Tutto questo si sapeva ma non fu ritegno alla scortesia. Io non vidi più da quell’epoca il “Gior­no di Regno", e sarà certo un’opera cattiva, pure chi sa quante altre non migliori sono state tollerate o forse anche applaudite. Oh, se al­lora il pubblico avesse non applau­dita ma sopportata in silenzio quel­l’opera, lo non avrei parole suffi­cienti per ringraziarlo! Ma finché ha fatto buon viso ad opere che fecero il giro del mondo, le parti­te sono pari. Io non intendo con­dannarlo: ne ammetto la severità, ne accetto i fischi, alla condizione che niente mi si richiegga per gli applausi! (298).»
Lasciai che tornasse calmo poi ritornai all’assalto.
«Maestro, però i suoi rapporti col pubblico sono stati in seguito assai cordiali.»
Mi rispose seccamente:
«In seguito, quando ho avuto a fare con lui, mi armavo di co­razza e, preparato alle fucilate, di­cevo: “A noi!”. Difatti eran sem­pre battaglie! Battaglie che non facevano mai buon sangue anche quando si vinceva!... Triste!... Tri­ste!?»
Sospirò e avevo una paura mat­ta che se ne andasse. Ma era così difficile parlare con quel benedet­to uomo senza farlo arrabbiare!
«Maestro - tentai - io non metto in dubbio la sua esperienza. Comunque le posso assicurare che c’è, sì, la crisi del teatro, ma quan­do alla Scala, che è un grande tea­tro...»
Mi interruppe, sarcastico:
« Nun sem nun... Milanes... el prim teater del mond!... Io ne co­nosco cinque o sei di questi primi teatri ed è proprio in quelli dove più di frequente si fa cattiva mu­sica! (263).»
Ero riuscito ancora a farlo stiz­zire. Continuò:
«La Scala! Il primo teatro del mondo!... Tante e tante volte ho sentito a Milano dirmi: “La Sca­la è il primo teatro del mondo". A Napoli: “Il San Carlo, primo teatro del mondo”. In passato a Venezia si diceva: “La Fenice, il primo teatro del mondo”- A Pie­troburgo: “Primo teatro del mon­do". A Vienna: “Primo teatro del mondo”... A Parigi, poi, l’Opéra è il primo teatro dei due o tre mon­di!... (302). Nun sem nun... Mila­nes... el prim teater del mond. »  (263).
Cercai di accomodare la fac­cenda.
«Non sono milanese, maestro, e mi son spiegato male. Ho detto grande teatro per dire teatro gran­de. Stavo spiegandole che, pur es­sendoci la crisi del teatro, la Scala che è un teatro grande, è imman­cabilmente piena zeppa quando c’è un’opera del maestro Verdi! Ciò significa che il pubblico le vuoi bene. Ultimamente, per esempio, il maestro De Sabata ci ha dato una interessante interpretazione della “Traviata” ... »
Confesso che questa volta la gaf­fe la volli fare e, quando vidi il maestro levare di scatto il capo e guardarmi con occhi scintillanti, ne fui profondamente soddisfatto. Parlò con voce concitata:
«La divinazione dei direttori... la creazione di ogni rappresenta­zione... Questo è un principio che conduce al barocco e al falso!... È la strada che condusse al barocco e al falso l’arte musicale alla fine del secolo passato e nei primi an­ni di questo, quando i cantanti si permettevano di creare le loro par­ti, e farvi in conseguenza ogni sor­ta di pasticci e controsensi. No! Io voglio un solo creatore, e m’accon­tento che si eseguisca semplice­mente ed esattamente quello che è scritto. Leggo sovente nei giornali di  “effetti non immaginati dall’au­tore" ma io, per parte mia, non li ho mai trovati... Io non ammetto né ai cantanti né ai direttori la fa­coltà di creare ! ... (261).»
«Maestro, potrei dire questo al signor De Sabata?»
Scrollò le spalle come per rispon­dere: “Non mi interessa”.
Ma ormai si muoveva.
«Maestro, cosa ne dice dei com­positori d’oggi?»
«Son ciechi che giocano al ba­stone. Dove capita capita. Non san­no cosa vogliono né dove vanno. Che bella novità! So anch’io che vi è una musica dell’avvenire , ma io penso... che per fare una scar­pa ci vuole del corame e delle pel­li !... Per fare un’opera bisogna ave­re in corpo primieramente della musica... Dichiaro che sono e sarò un ammiratore entusiasta degli av­veniristi a una condizione: che mi facciano della musica... qualunque ne sia il genere, il sistema eccete­ra, ma musica! (349)... E che il pubblico non s’occupi dei mezzi di che l’artista si serve! Non abbia pregiudizi di scuola! Se è bello ap­plauda, se è brutto fischi. Ecco tut­to. La musica è universale. Gli im­becilli e i pedanti hanno voluto  trovare ed inventare delle scuole, dei sistemi! Io vorrei che il pubblico giudicasse altamente, non con le miserabili viste dei giornalisti, maestri e suonatori di pianoforte, ma dalle sue impressioni! Capite? Impressioni, impressioni e niente altro. Addio. (351).»
«Maestro, ancora due parole: cosa pensa di questa tendenza che ha l’arte verso le forme del neoverismo?»
« Copiare il vero può essere una buona cosa: ma inventare il vero è meglio, molto meglio. A me nel­le arti piace tutto quello che è bello. Io non ho esclusivismi: io non credo alla scuola, e mi piace il gaio, il serio, il terribile, il gran­de, il piccolo... Tutto, tutto, pur­ché il piccolo sia piccolo, il gran­de sia grande, il gaio sia gaio. In­somma, che tutto sia come deve essere: Vero e bello
Si toccò col dito la tesa del cap­pellaccio, si volse e si allontanò lentamente lungo il viale.
In fondo, si volse e levò l’indi­ce ammonitore:
« Inventare il vero !»  gridò corrucciato.
Giovannino Guareschi
da Candido n. 11, 18 marzo 1951
Immagini
  • «Meno male: qualcuno si ricorda di me.»
  • disegno di Giovannino Guareschi, da Candido n. 9 del 4 marzo 1951
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